16mm GEH

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Things Change
di Piero Tortolina

2005
Sto rimirando l'elenco delle 700 copie (16 mm) di "classici" americani Warner e MGM degli anni '30-'60 che un'anima buona ha regalato alla Cineteca del Friuli: 18 titoli di Cukor, 17 di Curtiz, 14 di Minnelli... Rivado a molti anni fa e penso che allora, per averli, o anche semplicemente per vederli, avrei fatto carte false. In quegli anni la situazione era molto diversa da quella d'oggi...

Flashback (trent'anni fa)
Siamo in grave ritardo: rimasti intrappolati per decenni nelle deprimenti maglie tessute da "Cinema nuovo" e da "Cineforum", dall'ARCI (Associazione Ricreativa Culturale Italiana) e dalla sinistra FICC (Federazione Italiana dei Circoli del Cinema), precettati quotidianamente all'ossequio del "realismo socialista" e al disprezzo dell'iniquo "escapismo" hollywoodiano da un variegato ma compattissimo fronte di corifei del cinema come doveroso esercizio penitenziale di massa, stazioniamo ancora intorno al Potemkin, mentre la riscoperta e lo studio dei grandi "autori" del cinema "classico" americano impazza in Francia sin dalla metà degli anni Cinquanta (con i "Cahiers du cinéma" e poi "Présence du cinéma", in Inghilterra (con l'équipe di "Movie") e persino negli USA con Andrew Sarris. A permettersi qualche sussulto di rigetto non è soltanto Fracchia, ma - miracolosamente - un certo numero di piccoli gruppi assolutamente indipendenti l'uno dall'altro e quindi totalmente privi di un concordato progetto di "politica culturale", che han costituito in diverse città i cinema-club (non cineclub, tantomeno cineforum, please) , con il generico intento di far vedere ogni cosa che non si possa vedere altrove, ma soprattutto di ripescare e di mostrare sistematicamente Hitchcock, Hawks, Minnelli, Walsh,, Ford, Preminger, Fuller, Edwards, Donen, Vidor (King), Sirk, Charles Walters, Dieterle. E quindi l'antesignano "Filmstudio" e "L'Officina" e "Il Politecnico"e "L'occhio, l'orecchio e la bocca" a Roma , il "Salone Pier Lombardo"e l' "Obraz" e il "Cinemaclub Brera" a Milano , il "Movie Club" a Torino ," Spaziouno" a Firenze , il "Cinema Lumière" a Bologna , "Filmstory" a Genova, " La Cappella Underground" a Trieste, il"Centro Mazziano" a Verona , "Cinemauno" a Padova , tutti a cercare film che non ci sono più (nemmeno il mitico Casablanca). Davvero, in Italia, non c'è più nulla: chiusa la MGM (dopo aver fatto affluire a Roma tutte le vecchie copie giacenti nelle sedi regionali per macerarle sadicamente proprio davanti ai miei occhi), con la San Paolo ormai stanca per la progressiva chiusura delle sale parrocchiali e comunque sempre attenta a tagliare sequenze peccaminose,le altre case distributrici sono sempre più restìe a tirar fuori dai depositi romani copie ormai consunte per ricavarne poche lire. Rimarrebbero - in teoria -le cineteche. Ma qui non c'è Langlois, né il British Film Institute: per quanto riguarda il cinema americano classico, la Cineteca Nazionale (che del resto - lo dice il nome stesso - deve occuparsi principalmente del cinema italiano) distribuisce al massimo una decina di titoli, e altrettanto può dirsi della Cineteca Italiana di Milano e del Museo Nazionale del Cinema di Torino: quindi, se tutto va bene e se si riescono a superare le infinite resistenze opposte dai cerberi che le dirigono, dalle cineteche si possono ricavare al massimo una trentina di film. La fame di classici americani è così grande e insoddisfatta che parecchi di noi meditano un volontario esilio a Parigi. Per il momento ci accontentiamo di una temporanea (una settimana) trasferta alla cineteca belga, a Bruxelles, dove con la modica spesa di 200 franchi potremo vedere una trentina di titoli made in USA degli anni '30 e '40 (siamo in sei, sul pullmino Volkswagen dell'indimenticabile Angelo Raja Humouda che tra due anni batterà le campagne del gemonese appena terremotato diffondendovi porta a porta gli incunaboli griffithiani del cinema americano delle origini e facendo da levatrice alla futura Cineteca del Friuli).

Back to the Present
Oggi, in Italia, il cinema americano "classico" è disponibile in almeno 2.000 titoli, suddivisi tra Cineteca del Friuli, Cineteca Comunale di Bologna e Cineteca Griffith (Genova) (mentre le tre "vecchie" cineteche esistenti nel '75 continuano a possedere i circa 30 titoli dei quali si fregiavano allora). Non si tratta di una sorta di versione moderna della moltiplicazione dei pani e dei pesci: qui il miracolo non va assegnato all'intervento di potenze celesti, ma alla diuturna, instancabile fatica di alcuni gruppi di giovani (e meno giovani) in rivolta contro la polverosa e burocratica conduzione delle cineteche "ufficiali": primo tra tutti il formidabile trailblazer Humouda, senza il magistero del quale saremmo nella stessa situazione di trent'anni fa. Così , oggi - finalmente - abbiamo a disposizione (quasi) tutto il cinema americano che bisogna vedere, dai fratelli Marx a Busby Berkeley, da Borzage a Wellman. Qui la narrazione potrebbe felicemente concludersi con l'happy-end hollywoodiano di prammatica. Ma la paradossale situazione attuale mi spinge a qualche considerazione finale un po' amara: dicendola sinteticamente, un tempo tutti volevano i film, ma i film non c'erano ; adesso i film ci sono, ma nessuno li vuole: i cinema-club sono praticamente tutti scomparsi. Sembra una beffa della storia, analoga alla vicenda di un nonagenario pieno di acciacchi che improvvisamente si ritrova con un'eredità miliardaria della quale non sa ormai che fare , dopo esser stato costretto dalla taccagneria dei genitori a una gioventù e maturità indigenti e quindi prive di viaggi, donne e rock'n'roll. Qualcuno tenta di spiegare la morte dei cinema-club con la diffusione dei DVD, ma - almeno allo stato attuale delle cose - l'ipotesi mi sembra insostenibile: per quanto ne so, non mi sembra molto facile procurarsi un DVD di Now, Voyager o di Yankee Doodle Dandy con sottotitoli italiani. A mio parere la verità (persino ovvia) sta nel fatto che assieme ai cinema-club sono scomparsi i cinéfili: una vera e propria mutazione antropologica, che forse Pasolini avrebbe trovato più sintomatica della scomparsa delle lucciole. In effetti, se mi guardo intorno a osservare i giovani che prestano qualche attenzione non occasionale al cinema, mi sembra di poterli un po' grossolanamente raggruppare in due schiere: quella degli analfabeti (filmici) monomaniacali, e quella degli iloti dell'accademia. I primi conoscono a memoria ogni battuta di tutti i "Nightmares" di Robert Englund e considererebbero una sorta di tradimento del loro idolo giovanile prendere in considerazione altri titoli: per loro il cinema nasce nel 1984 e,in attesa di Nightmare 76, figuriamoci se potrebbero essere interessati a Griffith ! I secondi - talora (ma non sempre) più acculturati - sono tutti drammaticamente impegnati nella rat-race universitaria per la borsa di studio, il posto di ricercatore, l'assistentato, l'ordinariato, tutto ciò insomma che li possa prima o poi far giungere al posto fisso e inamovibile, e con esso al mensile sicuro, alla tredicesima, al rimborso-spese-a-piè-di-lista, alle ferie pagate, alla pensione, al TFR, ai buoni-pasto, alle colonie estive gratuite per i figli... e quindi molti cari auguri di successo, ma intanto non ci sono né il tempo né la voglia per divertirsi e vedere i bei film del passato ancora ignorati, giacché la regola del gioco impone di pubblicare un numero minimo di pagine che disquisiscano tassativamente sulle più cervellotiche ed esiziali teorie sul cinema (naturalmente mai Bazin, ormai fuori moda soprattutto perché comprensibile, ma Metz, strutturalismo, femminismo d'assalto, psicanalisi, i maggiori ciarlatani francesi (da Lacan a Deleuze), i culmini della comicità involontaria rappresentati dai famigerati "cultural studies"): chiaro che qui non occorre vedere film, ma soltanto masturbarsi le meningi su testi illeggibili.

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