Il tocco francese / The French Touch: PARIS EN CINQ JOURS

PARIS EN CINQ JOURS (Cinque giorni a Parigi) (Films Albatros, FR 1925)
Regia/dir: Nicolas Rimsky, Pière Colombier; scen: Michel Linsky, Nicolas Rimsky; didascalie/intertitles: Raoul Ploquin; f./ph: Paul Guichard, Gaston Chelle, Nicolas Roudakoff; scg./des: Lazare Meerson; riprese/filmed: 6-8.1925 (Paris; Studios Albatros, Montreuil); cast: Nicolas Rimsky (Harry Mascaret), Dolly Davis (Dolly), Sylvio de Pedrelli (Count de Costa Corvinatza), Madeleine Guitty (Grace Pumpkin), Pierre Labry (Jerry Bennett), Irma Gray (his wife), Max Lerel (Lloyd, their son), Valeska Rimsky (Mistress Cool), Léon Courtois (Ted Broadcast, the tour guide), Émile Saint-Ober (chief accountant), Louis Monfils (police official),Hubert Daix (the other American); data uscita/released: 11.9.1925; 35mm, 1572 m., 77’ (18 fps); fonte copia/print source: Cinémathèque Française, Paris.
Didascalie in francese / French intertitles.

English

Bande à part (1964) di Jean-Luc Godard contiene una famosa gag in cui i suoi tre giovani ed errabondi protagonisti visitano il Louvre in un tempo record di 9 minuti e 43 secondi. Ma 40 anni prima, in Paris en cinq jours, probabilmente la prima commedia sui turisti, una comitiva di americani della middle-class giunti a Parigi nell’ambito di un viaggio organizzato Cook aveva già percorso le stesse gallerie in 15 minuti ”all’ultimo respiro”. Godard potrebbe anche aver visto alla Cinémathèque questo film da tempo dimenticato, ma è ancora più probabile che ricordasse la scopiazzatura della stessa gag riproposta da Jacques Feyder nel suo primo film americano (e ultimo muto) The Kiss (Il bacio; 1929).
La scena del Louvre costituisce sicuramente uno dei momenti più geniali di questa briosa e scombinata farsa diretta a quattro mani da Nicolas Rimsky e Pière Colombier che vede protagonista lo stesso Rimsky nel ruolo di un contabile di Chicago di nome Harry Mascaret con una passione smodata per tutto ciò che è francese, i tre moschettieri in particolare. Entrato in possesso di una certa somma di danaro, Harry non si lascia sfuggire l’occasione di regalare a se stesso e alla sua innamorata (Dolly Davis) una visita di cinque giorni a Parigi, nel corso dell’ultimo dei quali ha pianificato di chiederle ufficialmente la mano davanti alla cattedrale di Notre-Dame.
La faccenda è complicata dalle disavventure di Harry alle prese con i monumenti parigini e con la lingua francese (nelle vivaci didascalie di Raoul Ploquin). Harry, già fanatico frequentatore del teatro d’opera nella sua città, alla ricerca del Théâtre de l’Opera, si perde sulle scale della stazione dell’Opéra del Metro e, nel suo stentato francese, chiede ai passanti: “Metropolitan Opera?”.
La sceneggiatura, scritta da un oggi dimenticato umorista russo di nome Michel Linsky, non ha un gran senso narrativo, specie l’intreccio secondario relativo all’aristocratico libertino (Sylvio de Pedrelli) che si unisce alla comitiva soltanto per sedurre Dolly. Il leitmotiv dei moschettieri viene dapprima fin troppo ampliamente introdotto e poi semplicemente dimenticato. (E tuttavia le pecche dello script vanno prese col beneficio del dubbio: la copia conservata dalla Cinémathèque française che presentiamo alle Giornate è infatti una versione muta ridotta della riedizione sonora del 1930.)
La nota dolente del film è rappresentata dallo stesso Rimsky, la cui balordaggine e le cui smorfie sono per lo più una pedissequa imitazione di modelli americani. Nondimeno, Rimsky godette di grande popolarità presso le platee cinematografiche francesi degli anni ’20. Oscuro attore di secondo piano nel cinema russo pre-rivoluzionario dal 1915, Rimsky emigrò in Francia con il produttore Joseph Ermolieff e la sua società di produzione nel 1920, e in breve tempo divenne una delle principali vedette degli studi di Montreuil. Benché fisicamente insignificante, poteva passare con disinvoltura dai ruoli dell’eroe romantico a quelli del villain esotico. Poi, nel 1923, collaborò alla sceneggiatura e fu il protagonista di Ce cochondeMorin di Viacheslav Tourjansky, basato sulla novella di Maupassant, il cui successo gli aprì istantaneamente una nuova strada come attore comico (e gli consentì al contempo di riporre i parrucchini nell’armadio). Nel 1924, beneficiando della fuga di talenti dalla Films Albatros di Alexandre Kamenka, Rimsky era l’unica vedette dello studio e per assicurarsi un maggiore controllo sui propri film, assunse anche il nuovo duplice ruolo di co-sceneggiatore e co-regista Ma il sogno della Albatros crollò miseramente nel 1926, proprio mentre Kamenka stava addestrando René Clair. Rimsky tornò per una breve stagione ai ruoli drammatici, interpretò alcune ultime commedie mute, e, coraggiosamente quanto avventatamente, affrontò il cinema sonoro con un’ultima follia: il primo adattamento francese del classico dell’operetta Pas surla bouche (1931), che co-diresse con Nicolas Evreinoff! Dove dimostrò non solo di non saper recitare in francese, ma anche di non saper cantare. Adattatosi ai piccoli ruoli (talvolta nei panni del tassista russo), Rimsky morì nel 1942, asfissiato nel sonno da una perdita di gas. – Lenny Borger

In Jean-Luc Godard’s 1964 Bande à part, there’s a famous gag in which the three footloose young protagonists visit the Louvre in a record-breaking 9 minutes 43 seconds. But 40 years earlier, a Cook’s Tour of middle-class Americans had already hoofed itthrough the galleries in a breathless 15 minutes in Paris en cinq jours, probably the first movie comedy about tourists. Godard may have seen this long-forgotten film at the Cinémathèque, but it is more likely that he remembered Jacques Feyder’s crib on the same joke in his first Hollywood (and last silent) movie, The Kiss (1929).
The Louvre scene is one of the more genial set-pieces in this breezy, scattershot farce co-directed by Nicolas Rimsky and Pière Colombier, and starring Rimsky as a Chicago accountant named Harry Mascaret who has a passion for all things French, especially “The Three Musketeers”. When he comes into some money, he leaps at the chance to offer himself and his sweetheart (Dolly Davis) a five-day visit to Paris, on the last day of which he plans to officially propose to her in front of Notre-Dame Cathedral.
Complications arise out of hapless Harry’s misadventures with Paris landmarks and the French language (in Raoul Ploquin’s perky intertitles). One scene finds Harry, an opera fan back home, looking for the Paris Opera House, only to lose himself on the steps of the Metro’s Opéra station, asking passers-by in broken French: “Metropolitan Opera?”
The script, by a now-forgotten Russian humorist named Michel Linsky, doesn’t have much story sense, especially in the subplot about the aristocratic libertine (Sylvio de Pedrelli) who joins the tour merely to seduce Dolly. The musketeer leitmotif is introduced with excessive screen time and then simply forgotten. (But criticism of the script must be conditional: the preserved Cinémathèque Française print we are showing is a shorter silent version of the 1930 sound reissue of the film.)
The film’s central weakness is Rimsky himself – his bumbling and grimacing are mostly uninspired mimicry of American models. Still, Rimsky enjoyed popularity among French cinema audiences of the 1920s. An obscure supporting actor in pre-Revolutionary Russian films from 1915, he emigrated to France with producer Joseph Ermolieff and his company in 1920, and immediately became one of the troupe’s leading players at the Montreuil studios. Though physically unassuming, he could interchangeably play romantic leads and exotic villains. Then, in 1923, he co-wrote and starred in Viacheslav Tourjansky’s Ce cochon de Morin, based on Maupassant’s short story, whose success immediately pointed Rimsky in a new direction as a comic actor (and allowed him to shelve his hair-pieces). Benefiting from the 1924 defection of talent from Alexandre Kamenka’s Films Albatros, Rimsky stayed on as the studio’s only regular star, adding additional hats as co-writer and co-director to maintain control over his films. But the Albatros dream collapsed in 1926 just as Kamenka was grooming René Clair. Rimsky briefly returned to dramatic roles, made some last silent comedies, and bravely but ill-advisedly took on the talkies with one last folly, the first French screen adaptation of classic operetta, Pas sur la bouche (1931) – which he co-directed with Nicolas Evreinoff! Rimsky proved that not only could he not act in French, but he couldn’t sing either. Reduced to bit parts (sometimes as a Russian taxi driver), Rimsky died in 1942, asphyxiated in his sleep by a gas leak. – Lenny Borger