EVENTO SPECIALE / SPECIAL EVENT
GIUNI RUSSO LA VOCE DI NAPOLI CHE CANTA / A VOICE FOR THE SONG OF NAPLES

 

Teatro Zancanaro, sabato 18 ottobre 2003, ore 20.30

NAPOLI CHE CANTA / THE SONG OF NAPLES (E.F.A., I 1926)
Regia/Dir: Roberto Leone Roberti; Ph: Carlo Montuori; cast: Tecla Scarano, Rodolfo De Angelis, Adolfo della Monica; dist.: Pittaluga; 35mm, 1975 ft., 30’ (18 fps), George Eastman House. Conservazione e stampa 2002 / Preserved and printed 2002. Didascalie in italiano e inglese / Italian and English intertitles.

Musiche tradizionali napoletane eseguite da / Traditional Neapolitan music performed by Giuni Russo Arrangiamento, direzione e pianoforte / Music arranged, conducted and performed at the piano by Michele Fedrigotti; violoncello/cello: Marco Remondini; tastiere e computerizzazioni / keyboards and electronic arrangements: Stefano Medioli.

English

Nella primavera del 2000 la George Eastman House ricevette una lettera da un'anziana signora residente in California. Il suo messaggio scritto a mano faceva riferimento a tre bobine di pellicola in nitrato, apparentemente trafugate alla fine degli anni Venti da un parente italiano nel timore di una rappresaglia da parte di Mussolini. La copia veniva offerta al museo a titolo di donazione. Ma il suo titolo - The Song of Naples - non aveva alcunché di controverso. Perché mai il regime fascista avrebbe dovuto prendersela tanto con un innocuo esercizio di folclore su celluloide?
In ogni caso, un'offerta presentata in termini così inusuali non poteva essere rifiutata. Le tre bobine furono inviate alla George Eastman House, e subito identificate: Napoli che canta, per la regia di Roberto Leone Roberti. La copia era tuttavia in condizioni così precarie che non c'era alcuna possibilità di consultarla così com'era, e dovettero passare altri due anni prima che la misteriosa allusione della donatrice diventasse un'ipotesi concreta. All’inizio, il film sembra in effetti un lavoro affascinante ma non certo di carattere polemico: ci sono bellissime immagini (splendidamente virate o colorate al pochoir) di una Napoli che non esiste più, e ci sono scene di musicisti di strada intenti a cantare e suonare. Tuttavia, con il passare dei minuti, il tono delle didascalie diventa sempre più struggente: si dice che i napoletani cantano anche per sopportare la miseria della loro condizione; a un certo punto si afferma addirittura che forse la musica è il loro modo per parlare con Dio.
L'ultima sequenza mostra un gruppo di musicisti che salgono su una nave diretta all'estero. Sono costretti a emigrare, e una delle inquadrature finali rivela il profilo di una donna sulla spiaggia, con un bambino in braccio. Guarda lontano, verso quella nave che si sta allontanando per sempre dall'Italia. Ecco dunque quel che avrebbe potuto davvero aver dato fastidio a Mussolini: un film che non celebra una Napoli da cartolina, ma prende spunto dalla tradizione del canto napoletano per evocare un sentimento di protesta contro la condizione dell'Italia del tempo. L'anziana signora che aveva affidato il film alle cure di una cineteca non aveva dunque creato la sua storia di sana pianta, o almeno essa appariva ora meno improbabile. Anche perché quel messaggio dalla California proveniva da una donna di origine italiana. Si chiama Elinor Leone, ed è una discendente del regista, Roberto Leone Roberti, dunque una parente di Sergio Leone.
Questa vicenda, di per sé inconsueta, ha un'appendice non meno sorprendente. La copia di Napoli che canta ritrovata negli Stati Uniti ha didascalie in italiano e in inglese, segno evidente che il film era stato mostrato a un pubblico di immigrati. Nel luglio di quest'anno la George Eastman House ha recuperato gli archivi di Michael Ruggieri, un distributore specializzato nella diffusione di film italiani a New York. Fra le molte casse piene di manifesti, foto di scena, lettere, programmi e locandine — un autentico tesoro di documentazione su un episodio dimenticato dell'esercizio cinematografico per le minoranze etniche negli Stati Uniti — ci sono materiali pubblicitari su Napoli che canta (e se fosse stato proprio questo Ruggieri ad aggiungere le didascalie inglesi alla copia ritrovata?). Anche questi preziosi e fragili documenti, depositati per decenni in un umido scantinato e perciò danneggiati dall’umidità, sono ora in fase di restauro.
Da molti anni nutro una grande ammirazione per Giuni Russo, e ho sempre pensato che la sua splendida voce di soprano sarebbe il complemento ideale per un film muto, con o senza musica napoletana. Grazie all'aiuto di Maria Antonietta Sisini e del cantautore Aurelio Fierro - ben noto agli appassionati di canto napoletano - Giuni ha raccolto tutte le canzoni menzionate in Napoli che canta e le ha arrangiate in una suite in cui si celebra la bellezza e la malinconia della storia vera raccontata nel film. La sua partecipazione a questo progetto rappresenta un omaggio a tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare un paese oppresso dalla povertà e dalla dittatura, e - per quanto mi riguarda - la realizzazione di un sogno inseguito per anni: sentir cantare Giuni Russo in persona, davanti allo schermo delle Giornate del Cinema Muto. - Paolo Cherchi Usai


In the spring of 2000 the George Eastman House received a letter from an elderly lady from California. Her handwritten message made a reference to three reels of nitrate film which had allegedly been smuggled in the late 1920’s by a relative from Italy, who feared that Mussolini would order its destruction. The print was being offered to the Museum as an unconditional gift. However, the title of the film she was writing about - The Song of Naples - seemed harmless enough. Why would the Fascist dictator bother to deal with something which appeared to be nothing but a routine piece of folklore on celluloid?
Nevertheless, an offer presented under such unusual terms could not be ignored. The three reels were sent to George Eastman House, and quickly identified as
Napoli che canta, directed by Roberto Leone Roberti. The print was in such poor condition that there was no way to view it as it was, and two years had to elapse before restoration was completed. Only then the strange story evoked by the donor began to make some sense: after the opening scenes with the customary shots of Neapolitan urban landscapes and street musicians (beautifully shot and with tinted, toned and stenciled sections), Roberti's elegy to Mediterranean culture gradually shifts to a plaintive, vaguely polemical tone. A song is staged as a silent dialogue between a prison inmate and his fiancée; later on, a boat of emigrés is seen leaving the harbor while a mother stands by the shore with a baby in her arms; pain, disillusion and nostalgia are tinged with religious undertones in the last frames of the film.
We will never know to what extent the story of Mussolini's opposition to the film is grounded in reality; however, Napoli che canta is indeed much more than a silent film musical, and it is hard to believe that the recollections of its donor could be a pure figment of her imagination. Her name is Elinor Leone, a relative of film director Sergio Leone. The print has Italian and English intertitles, a clear evidence that the film had been shown in the United States to immigrant audiences. George Eastman House acquired in July 2003 a large set of posters, stills, theatre programs, business letters and lobby cards from Michael Ruggieri, a distributor of Italian films in New York, an invaluable time capsule of a long forgotten episode in film distribution for ethnic minorities. As luck would have it, one of the boxes contains publicity material for Napoli che canta (and who knows — maybe it was Michael Ruggieri who had distributed this very print, and added English intertitles to it). This impressive and yet fragile corpus of historical documentation (it was left for decades in a hot and humid environment) is now undergoing conservation work at the Museum.
As a longtime admirer of Italian singer Giuni Russo, I thought of her unique soprano voice as the ideal accompaniment to a silent film, with or without Neapolitan music. With the help of her collaborator Maria Antonietta Sisini and of the singer Aurelio Fierro - a true icon of traditional music in Italy - Giuni has located all the songs mentioned in The Song of Naples, and had them arranged into a suite celebrating the beauty and the melancholy of the real-life story depicted in the film. Her participation in this project is a fitting tribute to the people who were forced to leave a homeland plagued by poverty and political oppression. As far as I'm concerned, it is also the fulfillment of a dream: Giuni Russo in person, singing by the screen of the Pordenone Silent Film Festival.–Paolo Cherchi Usai