ALICE IN WONDERLAND di Tim Burton. Con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Michael Sheen, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter. Musica: Danny Elfman. Fantastico, 108 min. Roth Films/Zanuck Co., US 2010. [Walt Disney]
Se Alice schiva il matrimonio [Giulia D'Agnolo Vallan] Nelle sale italiane, «Alice in Wonderland» di Tim Burton. Non più una bambina imbranata alle prese con personaggi un po' matti, ma una ragazza che, rincorrendo il coniglio bianco, esplora altri mondi, rifiutandosi di crescere e di sposarsi. Una produzione Disney che combina animazione e riprese dal vero, girata in bidimensione e poi «gonfiata» digitalmente in 3D, su uno sfondo gotico-horror
«Non ho mai trovato una versione di Alice, che funzionasse o mi piacesse particolarmente. Alla fine, era sempre la storia di una bambina un po' imbranata, alle prese con un gruppo di fuori di testa. E non è che la versione disneyana fosse la migliore in assoluto. Quindi non mi sentivo sotto pressione per eguagliare o superare un modello».
Tim Burton fa suo l'amatissimo e adattatissimo classico di Lewis Carroll (oltre alle svariate versioni cinematografiche, anche una canzone dei Jefferson Airplane, una produzione Bbc con musiche di Ravi Shankar, almeno un porno, una recente serie tv in cui Alice insegna arti marziali e un videogame in cui finisce in manicomio), in una produzione Disney che combina animazione e riprese dal vero, girata in bidimensione e poi «gonfiata» digitalmente in 3D.
Su sceneggiatura di Linda Woolverton (scrittrice per bambini e habitué della scuderia Disney per cui ha firmato le sceneggiature di Beauty and the Beast e The Lion King ), Alice in Wonderland linearizza quasi completamente il caleidoscopico rompicapo carrolliano in un plot avventuroso più simile a Narnia che al cartoon disneyno del 1951, diretto da Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson.
Secondo gli studiosi di Disney, Walt non aveva mai amato tantissimo la sua Alice - troppo seriosa, impettita, con tutti quei britannici «Oh Dear!» e i fiumi di lacrime. Protofemminista nell'opprimente Inghilterra vittoriana, fervente appassionata d'avventura e posseduta da grande spirito d'indipendenza, l'Alice di Woolverton e Burton è, in un certo senso, più simile alle recenti ed emancipate eroine Disney (la sceneggiatrice ha collaborato anche al copione di Mulan). La vediamo per la prima volta bambina, bionda, pallidissima, gli occhi cerchiati (molto Tim Burton) a causa di strani incubi notturni, popolati di bruchi blu e conigli bianchi. «Papà, mi sta dando di volta il cervello?», chiede. «Sei completamente matta. Non ci sono dubbi», risponde lui. E poi le svela un segreto: le persone migliori sono sempre pazze.
Cut e sono passati tredici anni. Alice (Mia Wasiskovska) arriva in carrozza davanti a un imponente castello dove -più o meno a sua insaputa - è stata organizzata una festa di fidanzamento, la sua. Mancato il papà, la mamma ha venduto l'impresa a un ex socio del marito ed è ansiosa di piazzare l'irrequieta Alice tra le braccia di quell'agiata famiglia. Il futuro consorte ha l'attrattiva di un pollo spennato, la disponibilità di una vecchia zitella e molti problemi di digestione. Di fronte a centinaia di ospiti impettiti, dal gazebo dove stanno per annunciare le nozze imminenti, Alice scatta all'inseguimento di un provvidenziale coniglio bianco... E finisce giù giù, nell'interminabile buco, schivando (insieme al pubblico) piatti, arredi e affini. Il pianeta (s)conosciuto dove atterra, non e però la Wonderland raffigurata nelle classiche incisioni su legno del vittoriano John Tenniel, né quella magnificamente lisergica immaginata dai nine old men di Walt Disney, bensì una «Underland» brulla e desolata dalla tirannia della Regina rossa - Helena Bonham Carter in versione macrocefala che si circonda di mostri umani alla Todd Browning.
Passando da una palette di grigi, panne, terre e colori pastello, ai rossi violenti degli interni del palazzo reale, regolarmente annaffiati del sangue delle vittime di sua maestà (il fossato che circonda il castello è pieno di teste gallegianti), Burton ritrova per un attimo il gusto del gotico americano e dell'horror. Le altre punte di colore estremo nel film arrivano con il cappellaio matto, ultima delle struggenti invenzioni che Johnny Depp ha messo a punto per il regista. Chioma rosso fuoco e occhi verde abbagliante (dice Depp a causa del mercurio che i capellai usavano a quel tempo e che li rendeva anche folli), il suo è un Mad Hatter venato di tragedia - e non privo di un tocco romantico. La sua presenza inassimilabile, sempre off, ancor più toccante in un mondo che è quasi completamente Cgi. È per lui e Bonham Carter - gli amanti sanguinari di Sweeney Todd - che batte, ancora una volta, il cuore di Tim Burton.
Sfuggita almeno momentaneamente alle grinfie del promesso sposo, Alice non sembra comunque entusiasta di questa Underland. Soprattutto non le piace l'idea che tutti facciano finta di averla conosciuta molto tempo prima e che, secondo le illustrazioni di una una vecchia pergamena, starebbe a lei, armata di una spada magica, metter fine alla tirannia della regina rossa in un duello contro un drago (il serpentesco Jabberwocky di Through the Looking Glass and What Alice Found There). «Non sarò mai il vostro guerriero. È contro la mia indole», dice Alice, molto risoluta, alla Regina bianca (Anne Hathaway) che sogna di riprendersi il trono dalla morsa della sorella. Ma eccola lì, foderata di un'armatura come Giovanna d'Arco, in testa alla truppe bianche nella sterminata scacchiera su cui si conduce la battaglia finale.
Crescere non significa dover riunciare a se stessi e ai propri sogni, anche se poi si rischia di rimanere senza marito o dover andare a cercare la felicità in Cina. Questo il messaggio del film di Tim Burton, che ha la progressione narrativa «logica» di un videogame. La logica, anzi la violenta determinazione di sovvertirla - sia con il linguaggio che con le immagini - era la scommessa esplosiva di Carroll. Questo Alice in Wonderland è un po' meno ambizioso ed eversivo di così.
NEW YORK
«Non ho mai trovato una versione di Alice, che funzionasse o mi piacesse particolarmente. Alla fine, era sempre la storia di una bambina un po' imbranata, alle prese con un gruppo di fuori di testa. E non è che la versione disneyana fosse la migliore in assoluto. Quindi non mi sentivo sotto pressione per eguagliare o superare un modello».
Tim Burton fa suo l'amatissimo e adattatissimo classico di Lewis Carroll (oltre alle svariate versioni cinematografiche, anche una canzone dei Jefferson Airplane, una produzione Bbc con musiche di Ravi Shankar, almeno un porno, una recente serie tv in cui Alice insegna arti marziali e un videogame in cui finisce in manicomio), in una produzione Disney che combina animazione e riprese dal vero, girata in bidimensione e poi «gonfiata» digitalmente in 3D.
Su sceneggiatura di Linda Woolverton (scrittrice per bambini e habitué della scuderia Disney per cui ha firmato le sceneggiature di Beauty and the Beast e The Lion King ), Alice in Wonderland linearizza quasi completamente il caleidoscopico rompicapo carrolliano in un plot avventuroso più simile a Narnia che al cartoon disneyno del 1951, diretto da Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson.
Secondo gli studiosi di Disney, Walt non aveva mai amato tantissimo la sua Alice - troppo seriosa, impettita, con tutti quei britannici «Oh Dear!» e i fiumi di lacrime. Protofemminista nell'opprimente Inghilterra vittoriana, fervente appassionata d'avventura e posseduta da grande spirito d'indipendenza, l'Alice di Woolverton e Burton è, in un certo senso, più simile alle recenti ed emancipate eroine Disney (la sceneggiatrice ha collaborato anche al copione di Mulan). La vediamo per la prima volta bambina, bionda, pallidissima, gli occhi cerchiati (molto Tim Burton) a causa di strani incubi notturni, popolati di bruchi blu e conigli bianchi. «Papà, mi sta dando di volta il cervello?», chiede. «Sei completamente matta. Non ci sono dubbi», risponde lui. E poi le svela un segreto: le persone migliori sono sempre pazze.
Cut e sono passati tredici anni. Alice (Mia Wasiskovska) arriva in carrozza davanti a un imponente castello dove -più o meno a sua insaputa - è stata organizzata una festa di fidanzamento, la sua. Mancato il papà, la mamma ha venduto l'impresa a un ex socio del marito ed è ansiosa di piazzare l'irrequieta Alice tra le braccia di quell'agiata famiglia. Il futuro consorte ha l'attrattiva di un pollo spennato, la disponibilità di una vecchia zitella e molti problemi di digestione. Di fronte a centinaia di ospiti impettiti, dal gazebo dove stanno per annunciare le nozze imminenti, Alice scatta all'inseguimento di un provvidenziale coniglio bianco... E finisce giù giù, nell'interminabile buco, schivando (insieme al pubblico) piatti, arredi e affini. Il pianeta (s)conosciuto dove atterra, non e però la Wonderland raffigurata nelle classiche incisioni su legno del vittoriano John Tenniel, né quella magnificamente lisergica immaginata dai nine old men di Walt Disney, bensì una «Underland» brulla e desolata dalla tirannia della Regina rossa - Helena Bonham Carter in versione macrocefala che si circonda di mostri umani alla Todd Browning.
Passando da una palette di grigi, panne, terre e colori pastello, ai rossi violenti degli interni del palazzo reale, regolarmente annaffiati del sangue delle vittime di sua maestà (il fossato che circonda il castello è pieno di teste gallegianti), Burton ritrova per un attimo il gusto del gotico americano e dell'horror. Le altre punte di colore estremo nel film arrivano con il cappellaio matto, ultima delle struggenti invenzioni che Johnny Depp ha messo a punto per il regista. Chioma rosso fuoco e occhi verde abbagliante (dice Depp a causa del mercurio che i capellai usavano a quel tempo e che li rendeva anche folli), il suo è un Mad Hatter venato di tragedia - e non privo di un tocco romantico. La sua presenza inassimilabile, sempre off, ancor più toccante in un mondo che è quasi completamente Cgi. È per lui e Bonham Carter - gli amanti sanguinari di Sweeney Todd - che batte, ancora una volta, il cuore di Tim Burton.
Sfuggita almeno momentaneamente alle grinfie del promesso sposo, Alice non sembra comunque entusiasta di questa Underland. Soprattutto non le piace l'idea che tutti facciano finta di averla conosciuta molto tempo prima e che, secondo le illustrazioni di una una vecchia pergamena, starebbe a lei, armata di una spada magica, metter fine alla tirannia della regina rossa in un duello contro un drago (il serpentesco Jabberwocky di Through the Looking Glass and What Alice Found There). «Non sarò mai il vostro guerriero. È contro la mia indole», dice Alice, molto risoluta, alla Regina bianca (Anne Hathaway) che sogna di riprendersi il trono dalla morsa della sorella. Ma eccola lì, foderata di un'armatura come Giovanna d'Arco, in testa alla truppe bianche nella sterminata scacchiera su cui si conduce la battaglia finale.
Crescere non significa dover riunciare a se stessi e ai propri sogni, anche se poi si rischia di rimanere senza marito o dover andare a cercare la felicità in Cina. Questo il messaggio del film di Tim Burton, che ha la progressione narrativa «logica» di un videogame. La logica, anzi la violenta determinazione di sovvertirla - sia con il linguaggio che con le immagini - era la scommessa esplosiva di Carroll. Questo Alice in Wonderland è un po' meno ambizioso ed eversivo di così. (Il Manifesto, 3-3-2010)