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Schede dei film in programma
ACROSS THE UNIVERSE
(USA, 2008) di Julie Taymor, Evan Rachel Wood, Jim Sturgess, Joe Anderson; 133’
Raramente si capisce che il film appena visto è un capolavoro. Across the universe è uno di questi. Julie Taymor, la regista è una che si butta senza rete: all'opera, a Broadway e al cinema, con l'interessante Titus e il disastroso Frida, per l'amica Salma Hayek, che qui si sdebita con un cammeo da infermiera supersexy sulle note di “Happiness is a warm gun”, cantata dal reduce Max (Joe Anderson, magnifico). Nessuno, forse, meglio di lei ora può raccontare la musica con le immagini e viceversa. Ha preso 33 canzoni dei Beatles – “comprandone” solo la possibilità di esecuzione alla modica cifra di 10 milioni di dollari – e ne ha fatto un film. Non sui Fab Four, ma un racconto insieme a loro. Il repertorio, reinterpretato da attori di grande talento, anche canoro, è scheletro e sceneggiatura di una storia d'amore, di guerra, di pace e di lotta negli anni 60, culla di una rivolta che avrebbe potuto cambiare il mondo, uccisa da una manciata di proiettili, “magici” e non. Jude (Jim Sturgess, voce e viso da quinto Beatles), operaio in un cantiere di Liverpool e figlio della guerra, parte per l'America, clandestino, per conoscere il padre e fuggire da una realtà proletaria di grigio sfruttamento. Incontra il borghese ribelle Max e sua sorella Lucy (Evan Rachel Wood, talento pari alla bellezza). Il migliore amico e la donna della vita. Lo stile di Julie Taymor è onirico e visionario, colorato e originale, gioioso e mai nostalgico. – Boris Sollazzo, Liberazione, 23 novembre 2007
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Gemona, venerdì 13 agosto 2008, ore 21
AMORE, BUGIE E CALCETTO
(Italia, 2008) di Luca Lucini, con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston, Claudia Pandolfi, 115’. Girato in Friuli Venezia Giulia.
Siete mediani generosi (come Lele-Filippo Nigro) o tipi dal pressing asfissiante (come Vittorio-Claudio Bisio), che segna in campo e in camera da letto? Portieri prudenti che vivono in difesa, giocatori cinici che puntano alle caviglie o panchinari dallo slancio vincente (come Mina-Giuseppe Battiston)? Non importa. Perché qualunque sia il vostro ruolo, nel gioco della vita, vi toccherà scendere in campo. Anche se vi illudete che, restando in panchina, sarete al sicuro... Gioca una bella partita, Luca Lucini, con Amore, bugie & calcetto. Storia di 7 uomini di età, classe sociale e caratteri diversi che, ogni giovedì, fuggono dalla quotidianità, per godersi un'ora di battaglia primordiale: giocano a calcetto. Ma lo sport è solo un pretesto per il regista, che arbitra con sincerità e slancio una commedia corale in cui mette a fuoco anche le donne (l'ex moglie-Angela Finocchiaro e la mamma stressata-Claudia Pandolfi) per ragionare sull'umana incompiutezza. Lucini ci ha già detto che l'uomo perfetto non esiste, ora però aggiunge che lui, questa imperfezione, la ama da morire. Anche se con ironia. Anch'essa irrinunciabile come il calcetto, l'amore e certe commedie corali. – Roberta Bottari, Il Messaggero, 4 aprile 2008
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Gemona, mercoledì 16 luglio 2008, ore 21.15
BEE MOVIE
(USA, 2007), cartone animato di Steve Hickner e Simon J. Smith; 90’
Giovane ape avventurosa fa causa per sfruttamento al genere umano. Il processo del millennio che ne deriva è seguito da una crisi ecologica che può essere risolta solo con un patto di collaborazione tra gli uomini e gli insetti striati di giallo. Molto più solare di Z la formica (con cui condivide la fascinazione per le società di massa rigidamente organizzate, che fa un po’ Metropolis) e meno esplicitamente giovanilistico degli Shrek, Bee Movie è l’ultimo prodotto dell’animazione per adulti made in DreamWorks. … Diretto da Steve Hickner (Il principe d’Egitto) e da Simon J. Smith (responsabile degli effetti speciali in Z la formica), il film racconta le gesta di Barry B. Benson, uno spirito troppo libero per adattarsi alla vita monotona dell’alveare e al suo destino: ovvero fare lo stesso lavoro per sempre. In cerca di alternative, Barry si accoda all’agguerritissimo plotone di api incaricate di raccogliere il polline, ed esce all’aperto. La sequenza del volo su Central Park è una delle più belle, e uno dei momenti di sfoggio dei nuovi traguardi raggiunti dagli animatori DreamWorks. Lo stesso vale per la scena in cui Barry rimane appiccicato a una palla da tennis e volteggia con essa in un match piuttosto agguerrito. Divertenti anche le citazioni da Il laureato, quando i suoi genitori lo vedono oziare inconcludente in piscina. Il vertice della sua escursione è però l’incontro con una fiorista per cui Barry si prende un’implausibile cotta e con la quale (dopo aver scoperto che per gli umani il miele è una merce ottenuta schiavizzando la sua specie) inizierà la sua causa legale a doppio taglio. – Giulia D’Agnolo Vallan, Ciak, dicembre 2007 Nella versione originale di Bee Movie (bee = ape; B movie = film di serie B), il comico Jerry Seinfeld – che è anche sceneggiatore e produttore di questo cartoon in 3D e che negli Stati Uniti è celeberrimo per la sitcom Seinfeld – doppia l’ape Barry B. Benson, mentre Renée Zellweger è Vanessa, la fiorista; nell’edizione italiana le voci sono invece di Fabrizio Vidale (figlio e fratello d’arte: in famiglia, dai genitori alle sorelle, sono tutti doppiatori) e di Daniela Calò (doppiatrice della Kate di Lost).
Consiglio bibliografico: il libro (ovviamente consultabile presso la Cineteca) che la Chronicle Books di San Francisco ha pubblicato contemporaneamente all’uscita del film: The Art of Dreamworks “Bee Movie” a cura di Jerry Beck, fondatore di Animation Magazine e titolare dell’autorevole blog Cartoon Brew.
Ratatouille della Disney ha giustamente vinto sia il Golden Globe che l’Oscar come miglior lungometraggio animato del 2007, ma se ci fosse un premio per i migliori titoli di coda lo meriterebbe senz’altro la sorprendente sequenza finale di Bee Movie, realizzata separatamente dal resto del cartoon dallo studio yU+co di Los Angeles.
Se come ha detto Jeffrey Katzenberg, responsabile della DreamWorks Animation SKG, un’immagine vale mille parole e una in 3D ne vale tremila, noi speriamo che questo film, seppur non eto/entomologicamente correttissimo (l’ape maschio Barry svolge lavori che in un alveare sono appannaggio delle sole femmine ed è disegnato con un pungiglione che i fuchi non hanno), serva anche a sostenere la causa per la sospensione dei pesticidi che stanno decimando le api dovunque, Friuli compreso. Perché, come si vuole abbia profetato Einstein, “se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. – PP
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Gemona, venerdì 13 giugno 2008, ore 21.30
A fine proiezione grande spettacolo di fuochi d’artificio per la festa di Sant’Antonio.
CAOS CALMO
(Italia, 2008) di Antonello Grimaldi, con Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Alessandro Gassman; 112’
C’è stata sicuramente una componente “marketing” nell’ingaggiare una delle icone più conosciute del cinema italiano, e in quanto tale poco adatta ad assumere le maschere della recitazione. Ma scena dopo scena scopri che esiste una sintonia profonda tra il personaggio Nanni Moretti e il personaggio Pietro Paladini (il protagonista di Caos calmo). Una specie di osmosi segreta che scompagina i confini, che mescola le carte e che alla fine riverbera dallo schermo su una imprevista ma convincente interpretazione... Pietro/Nanni è il dirigente di un'industria televisiva a cui improvvisamente muore la moglie (proprio mentre lui, col fratello, stava salvando su una spiaggia poco distante due donne che rischiavano di annegare) e che per stare vicino alla figlia di dieci anni decide di aspettarla davanti a scuola mentre lei è in classe. Da quel momento il suo “ufficio” diventa una panchina dove tutti finiscono per andarlo a trovare, dalla cognata un po’sbullonata ai colleghi più o meno rampanti, dal mondanissimo fratello ai frequentatori occasionali di quella piazzetta. Tutti vorrebbero consolare il suo dolore e tutti invece finiscono per farsi consolare, raccontando a Pietro/Nanni angosce, paure, errori, desideri. Alla fine, personaggio e film sembrano non avere il coraggio di tirare tutte le conseguenze (morali) che ci si poteva aspettare. Ma per quasi due ore hanno saputo raccontare, con pudore e sensibilità, i temi sommersi (o repressi) che attraversano una società che sembra aver smarrito il proprio centro. – Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 2 febbraio 2008
Interneppo, giovedì 21 agosto, ore 21
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CARAMEL
(Libano/Francia, 2007) di e con Nadine Labaki e con Yasmine Elmasri; 95’
"L’uomo è come il cocomero, per capire se è buono bisogna aprirlo”. Così una musulmana devota e velata si rivolge alla figlia poco prima della celebrazione delle nozze. Nisrine fa un cenno col capo, in segno di sottomissione, ma in realtà è meno casta di quanto possa sembrare e per non essere scoperta dallo sposo è ricorsa alla ricostruzione dell’imene. Ovviamente all’insaputa delle famiglie ma non delle amiche fedelissime che l’hanno accompagnata in una clinica privata.
Ambientato a Beirut, il lungometraggio della regista libanese Nadine Labaki mette in scena un microcosmo femminile, sensuale e vivacissimo. Si intitola Caramel, come la ceretta depilatoria usata in Medio Oriente e ottenuta mescolando zucchero, limone e acqua, portata ad ebollizione e fatta raffreddare. Un titolo non casuale, perché le protagoniste ruotano attorno a un istituto di bellezza e il caramello – come l’amore – può essere dolce ma brucia e può far male.
Dall’estetista queste donne di generazioni diverse chiacchierano, scherzano e litigano.
Si sentono al sicuro e nessuno le giudica. Quando incontrano i loro uomini cambiano però temperamento: andando a casa dei futuri suoceri, dove le altre donne sono rigorosamente velate, la musulmana Nasrine si srotola a malavoglia le maniche, allaccia la camicetta, si strucca e sputa la gomma dal finestrino dell’auto del fidanzato.
Il Libano è un Paese multi confessionale e non certo una Repubblica islamica ma quando la coppia discute in auto a tarda notte, è fermata e finisce in questura, il padre di lei insiste per celebrare le nozze al più presto. Beirut è una città piccola dove il cognome è spesso sufficiente per risalire al clan e al villaggio di provenienza.
E dove prendere una camera in un hotel è difficile se non si è regolarmente sposati. A tentare, peraltro con scarso successo, è la bella Layale. Di fede cristiana, abiti scollati e croce al collo, ha compiuto trent’anni e vive ancora a casa dei genitori. Il suo desiderio di trasgressione prende forma nella storia con un uomo sposato. Come da copione, soffre quando lui non la chiama e alla fine la soluzione sembrano trovarla le amiche: invitano nel salone di bellezza la moglie di lui e, ascoltandola mentre le fa la pedicure, Layale riesce a prendere le distanze dall’amante.
Le donne di Caramel sono donne in attesa (di un uomo), donne che come Jamale faticano ad invecchiare e fingono di avere ancora le mestruazioni anche se ormai in menopausa, sono donne non del tutto padrone di se stesse. Al punto che alcune clienti dell’istituto di bellezza non si sentono autorizzare a tagliarsi i capelli per non urtare le sensibilità dei propri famigliari: il Libano è sì il Paese più cosmopolita e più aperto del Medio Oriente ma, nonostante questo, la sfida tra modernità e tradizione si sente.
E si avverte con chiarezza nel personaggio di Rima, una ventiquattrenne un po’ maschiaccio che sembra attratta dalle donne, un tema ancora tabù nella società libanese.
Lo scontro tra tradizione e modernità messo in scena con ironia da Nadine Labaki si sente pure nella storia di Rose, una sarta cristiana di 65 anni che ha dedicato tutta la vita alla sorella un po’ matta e, in una società che non consente di innamorarsi a una certa età, preferisce rinunciare a Charles.
La regista riesce comunque a chiude lasciando la speranza di una maggiore autonomia femminile, simboleggiata dal taglio corto chiesto, sul finale, dalla bella e misteriosa cliente dalla folta chioma corvina. – Farian Sabahi, La Stampa, 10.12.2007
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Gemona, mercoledì 6 agosto 2008, ore 21
GIORNI E NUVOLE
(Italia/Svizzera, 2008) di Silvio Soldini, Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston; 116’
Con Giorni e nuvole Soldini sembra tornare alle origini della sua ispirazione, raccontando la difficoltà di vivere in una società che produce infelicità e disperazione e che si concretizza – per usare le parole del regista – in quella «sensazione di insicurezza che tutti percepiamo come qualche cosa di nuovo e di preoccupante». A differenza però di film più colorati come Pane e tulipani o Agata e la tempesta, Giorni e nuvole scommette tutto sulla capacità di raccontare la quotidianità e le sue inquietanti sfumature di grigio, senza l'attesa di nessun lieto fine ma anche senza l'inevitabilità della tragedia (“una delle scelte narrative a cui mi sono opposto con tutte le mie forze. Anche se spesso la cronaca ci dice che la realtà può essere molto più dura” ammette Soldini) puntando sulla coerenza e la forza della introspezione psicologica. Per farlo, sceglie uno stile più fluido, più naturalistico, che privilegia i piani sequenza e la macchina a mano e che toglie allo spettatore la scappatoia della facile identificazione (anche la scelta di Albanese va in questa direzione, con un volto che sembra sempre in attesa di un sorriso che non arriva mai) per chiedere invece uno sforzo di autoanalisi, che aiuti a guardare in faccia la realtà per quello che è. – Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 23 ottobre 2007
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Gemona, mercoledì 30 luglio 2008, ore 21.15
INTO THE WILD - NELLE TERRE SELVAGGE
(USA, 2008) di Sean Penn; con Emile Irsch, William Hurt, Jena Malone; 140’
L'aria aperta, i grandi paesaggi, le foreste e i laghi, la solitudine, il cielo infinito, la bellezza: torna il mito americano della Natura e della strada, il fascino hemingwayano dell'uomo che con forza e intelligenza sa dominare il suo ambiente. È cambiato però: se nel mito del passato l'uomo poteva essere re della Natura, nel mito contemporaneo vi cerca rifugio e protezione da se stesso e dai risultati della sua attività sulla terra.
È intitolata Nelle terre estreme l'edizione italiana (Corbaccio) del libro di Jon Krakauer che racconta la storia vera di Chris McCandless, adattata da Sean Penn nel film Into the Wild. Dopo la laurea, un ragazzo americano di 23 anni taglia i ponti con tutto: non vuole vivere tra telefono, piscina, genitori e regole, non vuol essere "avvelenato dalla civiltà". Se ne va. Parte, getta la targa della Datsun nella spazzatura, brucia i documenti, viaggia a piedi contando solo su se stesso.
Legge Jack London (Il richiamo della foresta), vagabonda per due anni attraverso gli Stati Uniti inseguendo il sogno d'arrivare e forse rimanere nell'aria gelata dell'Alaska. Sfide in kayak lungo le rapide del Colorado, treni merci, un camper abbandonato, la caccia ad animali e uccelli per nutrirsi; in Messico tra i poveri, gli emarginati o i nudisti.
Incontri: con una coppia quasi parentale di anziani hippies, con un pensionato solitario, con una ragazza giovane e bella. L'opacità del protagonista, insolito misantropo dolce e cortese, si deve certo ai limiti dell'interprete Emile Hirsch. Il piacere estetico-estatico di Sean Penn nel filmare il paesaggio americano è sostenuto dal direttore di fotografia francese Eric Gauthier; l'autonomia dell'Homo Faber si unisce alla retorica on the road. Due diverse conclusioni. Nel film McCandless mangia patate selvatiche velenose, s'intossica, muore. Nella realtà morì divorato da un orso bruno che riteneva amico. I suoi pochi resti vennero trovati per caso quattro mesi dopo. - Lietta Tornabuoni, L'Espresso, 17 gennaio 2008
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Avasinis (Trasaghis), martedì 12 agosto 2008, ore 21
MONGOL
(Germania/Russia, 2007) di Sergej Bodrov, con Aliya, Tegen Ao; 120’
Sergej Bodrov è uno dei maggiori cineasti russi. Sceneggiatore e regista, il suo film più famoso prima di Mongol, presentato alla Festa del Cinema di Roma e candidato all’Oscar come miglior film in lingua straniera, è stato Il prigioniero del Caucaso.
In Mongol, Bodrov racconta la vita e la leggenda di Gengis Khan ripercorrendo i drammatici e tormentati primi anni del sovrano, nato nel 1162 col nome di Temugin, dalla sua difficile infanzia fino alla battaglia che segnerà il suo destino. Ritratto complesso che dipinge Gengis Khan come un nobile condottiero, impavido e visionario, Mongol racconta la storia di un uomo straordinario, svelandoci il fondamento su cui poggiava gran parte della sua grandezza: il rapporto con la moglie Borte, grande amore della sua vita e sua più fidata consigliera. “Noi russi abbiamo vissuto sotto la dominazione mongola per oltre due secoli”, spiega Bodrov. “Nei nostri testi di storia, Gengis Khan veniva raffigurato come un mostro. Quei libri erano il prodotto dei tempi, certo, e le descrizioni erano decisamente rozze e semplicistiche. Io, invece, ero interessato a qualcos’altro: prendere un personaggio famoso e approfondire la sua storia per scoprire come fosse veramente. Mi sono chiesto: se era davvero un uomo tanto malvagio, accusato di aver ucciso milioni di persone, come è diventato Gengis Khan? Volevo raccontare la sua storia seguendo un altro punto di vista e la sua visione panasiatica”.
Perché?
Perché le conseguenze di molto di quello che ha fatto sono ancora presenti in Russia. Per me era importante raccontare la sua storia dal punto di vista dei vincitori e non dei vinti. Detto questo, credo che il mio Gengis Khan sia proposto al pubblico dal punto di vista storico e il più oggettivo possibile. Con tutte le sue grandezze e contraddizioni.
Parliamo della vita di Gengis Khan: cosa l’affascinava al punto da volerne fare un film?
Della sua infanzia non si sapeva nulla. Ho scoperto che Temugin era orfano di padre, che era uno schiavo, che tutti volevano ucciderlo; gli avevano rapito la moglie e, quando è riuscito a liberarla, lei era incinta. A quel punto, ho capito di avere per le mani la storia avvincente di un personaggio straordinario.
Dopo Nomad, lei sembra interessato a proseguire nella sua narrazione dell’epica asiatica…
Sono molto interessato a raccontare cinematograficamente la grande epica dell’Asia. Il mio cinema è stato spesso ambientato in zone remote del continente come, ad esempio, il Kazakhistan e, soprattutto, in spazi desertici. Sono nato in Russia, in una zona di grandi foreste. So distinguere i funghi buoni da quelli velenosi, ma purtroppo non so fare film all’interno dei boschi, dove non si riesce quasi a vedere nulla. Così la mia epica cinematografica è legata a spazi immensi, con orizzonti fatti di grandi deserti e di montagne altissime. Nomad, in realtà, non è un mio film nel pieno senso della parola: mi è stato chiesto da un amico di terminare il lavoro di un altro, trovandomi davanti a un cast non appropriato. Ho girato e rigirato più della metà del film e alla fine si vede la mia impronta. Mongol, invece, è un’altra cosa ed è ambientato in una dimensione epica fatta di spazi e di orizzonti che amo e che, quando li ho esplorati per trovare le giuste location, mi hanno letteralmente stordito per la loro forza e bellezza.
Scenari dell’estremo Est che ricordano quelli dei grandi Western…
Un cinema che ho sempre amato e che mi ha sempre influenzato tantissimo. Vivendo per un certo periodo negli Usa, sono andato come in pellegrinaggio a visitare le location in Arizona dove John Huston e John Ford giravano i loro film. Nel loro mondo, nella loro America, il loro cinema non poteva che essere Western. Nel contesto asiatico, invece, tutto cambia. L’Asia è un posto speciale per me. Amo quei volti e quegli spazi che incontri nel continente. C’è qualcosa di misterioso e di non spiegabile a parole che, invece, si percepisce sullo schermo. - Intervista a Sergej Bodrov di Marco Spagnoli, VivilCinema, n. 2, 2008
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Trasaghis, venerdì 25 luglio 2008, ore 21
NON PENSARCI
(Italia, 2008) di Gianni Zanasi, con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston; 105’
Tre fratelli. Stefano (Mastandrea) ha lasciato Chopin per il punk, ma gli anni sono 35 e già da quattro promette, inutilmente, un nuovo Cd. Michela (Caprioli) ha lasciato l'università e un amore, per andare a lavorare coi delfini in un parco acquatico, mettendo fra sé e il mondo una parete di vetro. Alberto (Battiston) ha rinunciato al tennis per dedicarsi all'azienda di famiglia, ma lo stress lo sta travolgendo e la fabbrica è a un passo dal fallimento. In un altro film sarebbe l'ennesima storia di trentenni alla deriva, ma Zanasi (cominciò assai bene con Nella mischia, poi s'è perso, ora per fortuna l'abbiamo ritrovato) ha un estro sincero e letterario, capace di mutare il dolore in leggerezza e lo smarrimento in speranza. Non solo scrive (in coppia con Michele Pellegrini) con bella penna profonda ma libera di retorica, ma è bravo anche a mescolare elementi (con idee luminose, come quella del segnalatore di velocità), personaggi (amici sbarellati, prostitute sensibili, rampanti pentiti) e ad assemblare un cast strepitoso (a partire da un irresistibile Mastandrea). Fra un volo mancato e una corsa nonsense, un viaggio sciamanico e uno sciroppo di fragola, Zanasi fa un film capace di trasmettere vita, che corre via veloce e ti resta dentro. – Ciak, maggio 2008
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Peonis (Trasaghis), venerdì 11 luglio 2008, ore 21.15
ONORA IL PADRE E LA MADRE
(USA, 2007) di Sidney Lumet, con Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei, Ethan Hawke, Albert Finney; 117’
L’83enne Sidney Lumet non fa più sconti. Racconta la tragedia americana di una famiglia, trampolino per una perdita di valori generale come un diabolico thriller. Due fratelli in panne svaligiano la gioielleria dei genitori: e per errore ne feriscono uno a morte. Rimorsi e pentimento? Roba vecchia. Con un avvio e un un finale travolgenti (guardate bene papà Finney) Lumet mette in mostra il cinismo contemporaneo proseguendo l’analisi di Woody, Gray, dei Coen, sulla putrefazione dei rapporti, senza rifarsi agli dei greci. Il nulla etico, il bisogno primario di dollari, il contagio della mediocrità, la cura asociale della droga, sono espressi magnificamente da Philip Seymour Hoffman e Ethan Hawke. Il film non promette alcuna speranza, la vita non ha più prezzo né senso, ma è così pieno di pathos e logica cinematografica che si esce almeno ottimisti sul futuro dei registi over 80. – Maurizio Porro, Corriere della Sera, 21 marzo 2008
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Braulins (Trasaghis), giovedì 10 luglio 2008, ore 21.30
ORTONE E IL MONDO DEI CHI
(USA, 2008) cartone animato di Steve Martino e Jimmy Hayward; 88’
Sei piccolo, ma vali. Sei tanto minuscolo che gli ltri non ti vedono neppure, ma nulla può mettere in dubbio l'importanza della tua esistenza. In Ortone e il mondo dei Chi, gran bel film d'animazione diretto da Steve Martino e Jimmy Hayward, il messaggio si accompagna a un divertimento da ottovolante. C'è un elefante (Ortone, appunto) tanto ma tanto giuggiolone, un eterno bambino sempre a spasso per la giungla, seguito da un gruppo di fedelissimi compagni di avventure. E c'è un granello di polvere che vola nell'aria, proprio vicino alle orecchie del pachiderma. Un piccolo mondo, abitato dai piccolissimi Chi, che vivono un'esistenza simile (beh, un po’ più bislacca...) a quella del mondo "grande". Miracolo: il contatto è possibile. Ma, ovviamente, nessuno crede a Ortone, scambiato per un visionario fuori di zucca. Stessa storia dall'altra parte: l'interlocutore, il Sindachì, passa per sciocco, affetto da allucinazioni. Un po’ di qua, un po’ di là, con una voce fuori campo che parla in rima e la fantasia che non conosce soste. Che bella scusa per accompagnare un figlio al cinema! – Luigi Paini, Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2008
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Gemona, mercoledì 23 luglio 2008, ore 21.15
PARANOID PARK
(USA, 2007) di Gus Van Sant, Gabe Nevins, Daniel Lu, Jake Miller; 85’
Paranoid Park è un film sulla casualità della vita. Il cinema americano ci ha mostrato migliaia di adolescenti che scelgono o subiscono la violenza come un'opzione consapevole. Il protagonista qui è l'opposto dei teppisti “epici” dei Guerrieri della notte, isolarsi dagli adulti è un fatto solipsistico, lo skateboard non sembra portare ad alcuna socializzazione, la solitudine e l'apatia regnano sovrane. Portland è una città dell'estremo Nord-Ovest degli Usa – come la Seattle di Last Days e del grunge -, uno di quei punti dove l'America finisce e il sogno della frontiera rifluisce in una quotidianità senza sussulti. Ma sarebbe sbagliato leggere Paranoid Park in chiave sociologico-geografica: il film parla dell'indifferenza con la quale si può provocare la morte di uno sconosciuto, e quindi ci dice cose profonde anche su certi delitti di casa nostra. Quando l’universo si restringe alla navigazione in internet o ad una pista di skateboard, il senso del valore di una vita -di tutte le vite – può anche sfumare nella nebbia. Paranoid Park ci parla di un ragazzo perso in questa nebbia. Ma la realtà, cacciata dalla porta, può rientrare dalla finestra e prenderci a schiaffi e Paranoid Park ci parla anche di questi schiaffi. Forse, quindi, è un film catartico, di crescita. Per il regista Van Sant e per i suoi ragazzi... – Alberto Crespi (L’Unità, 7 dicembre 2007)
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Gemona, mercoledì 9 luglio 2008, ore 21.30
PARLAMI D’AMORE
(Italia, 2008) di e con Silvio Muccino e con Carolina Crescentini, Geraldine Chaplin; 115’
Sasha, il protagonista non ancora trentenne, era vissuto da piccolo in una comunità di tossicodipendenti dove aveva perso entrambi i genitori lì ricoverati. Ancora quasi bambino, si era innamorato di una coetanea che non aveva mai dimenticato tanto più che adesso gli ha dato un lavoro il padre di lei, continuando perciò a vederla ma senza svelarle mai, per inesperienza e ingenuità, i propri sentimenti. Lo aiuterà a farlo una quarantenne piacente, vedova e risposata, che prima gli starà vicina con istinti quasi materni, dopo però innamorandosene; da ultimo, anche ricambiata dopo averlo liberato da una serie di guai in cui, tra delusioni amorose e passato che ritorna, aveva finito per cacciarsi.
Muccino non è riuscito sempre a padroneggiare, come sceneggiatore, questo aggrovigliarsi di fatti, anche perché i climi dei vari episodi mutando di continuo - dall'amore al dolore, dalla commedia al dramma - non gli consentivano di conferire alla sua esposizione una unità di climi. La sua regia, però, nonostante qualche inesperienza tecnica, lo aveva aiutato ad evocare su quasi tutta la sua storia delle atmosfere plausibili, dando, sul piano degli effetti, gli spazi giusti ai sentimenti (senza mai sentimentalismo) e il rilievo necessario ai risvolti tesi e sospesi di un'azione dalle molte facce. – Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 15 febbraio 2008
Sito del film
Artegna, lunedì 21 luglio 2008, ore 21
PERSEPOLIS
(Francia/USA, 2007) cartone animato di Vincent Parannud e Marjane Satrapi; 95’
Nemo propheta in patria. Quando si è donna nell'Iran dei mullah. E Marjane Satrapi, che da bimba davvero aspirava alla divina “professione”, nel 1994 a 25 anni sceglie l'esilio. A Parigi, senza hijab in testa ma con una matita in mano, schizza pensieri e ricordi in forma di fumetto. Nasce Persépolis, il primo graphic novel iraniano della storia. Ed è subito “cult” planetario, tanto che il cinema ne vuole dar testimonianza. In 3 anni di lavorazione con il collega francese Vincent Paronnaud dà vita al film omonimo, a cui Cannes riconosce il Premio della Giuria. L'eco del plauso contagia Hollywood, dove è tra i candidati all’Oscar come miglior film d'animazione. Di bandiera transalpina, perché la Francia ha prodotto e poi scelto “l'iraniano” Persépolis quale suo “profeta” all'Academy. I motivi si spiegano nei pregi mostrati in ciascuno dei 95’ del film, illuminato da rara intelligenza creativa e narrativa. Davanti a Persépolis, esente da autocompiacimenti e qualunquismi, si ride e ci si emoziona, si impara e si riflette. Una sinfonia animata in bianco e nero, espressione della vita di una donna simbolo di tutte le donne in lotta per rigenerare la propria dignità, ovunque. Da vedere e ricordare. – Anna Maria Pasetti, www.cinematografo.it
Il blog del film
Gemona, mercoledì 2 luglio 2008, ore 21.30
RATATOUILLE (USA, 2007) cartone animato di Brad Bird e Jan Pikava; 106’
Mercoledì 18 giugno 2008, ore 21.30
Diretto dal Brad Bird che aveva girato Gli incredibili – geniale storia di supereroi ricattati dai mediocri che ti fanno causa e ti costringono a vivere sotto copertura (chiamatela, se volete, “Genealogia della morale”) – Ratatouille fa innamorare all'istante. Uno vede il bellissimo trailer, pensa “avranno messo le scene migliori”, poi va al cinema e trova che ogni cosa è all'altezza. Per quasi due ore, lunghezza inusuale quando si tratta di animazione: il computer fa un sacco di cose, ma programmarlo è assai difficile e costoso. Fantastica la Parigi da cartolina, con le vecchie Citroen DS celebrate da Roland Barthes. Fantastiche le fogne, in nobile gara con Giù per il tubo della premiata ditta Aardman, che invece del computer usa la plastilina. Fantastica la brigata di cucina, tanto precisa che riusciamo a capire cosa fa esattamente un demi chef de partie. Fantastiche le scene dove Remy spiega all'amico mangia spazzatura l'accostamento dei sapori. Geniale il momento proustiano. – Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 20 ottobre 2007
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Alesso (Trasaghis), venerdì 27 giugno 2008, ore 21.30
LA RAGAZZA DEL LAGO
(Italia, 2008) di Andrea Molaioli, con Toni Servillo, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuto, Omero Antonutti; 95’
Girato in Friuli.
PROIEZIONE PRIMA RINVIATA E POI ANNULLATA CAUSA MALTEMPO.
Un giallo che, a partire da un romanzo della norvegese Karin Fossum, ha da dirci molto di più sui delitti della provincia italiana dei cento servizi televisivi sull'ennesimo, “inspiegabile” delitto di paese. In una località di montagna, il corpo di una bella fanciulla è ritrovato ai bordi di un lago. I primi sospetti cadono sul fidanzato; ma per il commissario Sanzio, poliziotto taciturno e tormentato appena trasferito al Nord, le cose non sono così semplici. Soprattutto quando si apprende che la giovane aveva una neoplasia cerebrale e che un bimbo, affidato alla sua custodia, è morto in circostanze mai chiarite. Si intravedono ombre prestigiose dietro le immagini del film di Andrea Molaioli, già collaboratore di Nanni Moretti: quella di Friedrich Durrenmatt, soprattutto per il soggetto; quella di Georges Simenon, per la rappresentazione della provincia e dei suoi sepolcri imbiancati. Però il merito della Ragazza del lago è di non imitare nessuno; personaggi e ambienti sono molto italiani, molto contemporanei nel loro egoismo, nell'indifferenza, nel potenziale di violenza verso i più deboli e indifesi. Così, i presunti mostri si rivelano innocenti, scambiandosi il ruolo con la parte perbene, agiata e rispettata, della comunità. Grande Toni Servillo, che disegna una variante del suo Titta Di Gerolamo dalla parte della legge, ma oppresso da personali sensi di colpa e come macchiato dal “peccato di conoscenza” implicito nel suo mestiere. – Roberto Nepoti, La Repubblica, 14 settembre 2007
Trasaghis, Riva Ovest del Lago
Prevista per il 12 agosto 2008 e poi spostata per il maltempo al 23 agosto, la proiezione è stata per lo stesso motivo annullata.
RIPARO
(Italia, 2008), di Marco Simon Puccioni, con Maria De Medeiros, Antonia Liskova, Mounir Ouadi; 100’
Girato in Friuli (una scena è stata filmata sulla riva est del lago dei Tre Comuni).
È inutile nascondersi dalla vita, che prima o poi ti viene a scovare. Diverso è cercare un riparo, magari momentaneo, nella speranza che il vento ti soffi verso un'esistenza migliore. Questo il pensiero che deve aver attraversato l'adolescente marocchino Anis quando ha deciso di rifugiarsi nel bagagliaio di un'auto italiana, imbarcata su un traghetto di ritorno dalle vacanze estive trascorse nel Paese magrebino. Proprietaria della vettura è Anna (Maria De Medeiros), benestante figlia di imprenditori del nord-est; sua compagna è Mara (Antonia Liskova), proletaria e operaia niella fabbrica di famiglia di Anna. Si amano e si proteggono reciprocamente dalle incomprensioni di un mondo ostile. Un equilibrio quasi perfetto, che il ritrovamento del giovane clandestino riesce gradualmente a sgretolare. È una storia che penetra le coscienze quella raccontata in Riparo – Anis tra di noi, secondo lungometraggio di Marco Simon Puccioni. Lo sguardo attento e coraggioso del regista, anche sceneggiatore del film insieme a Monica Rametta e alla “morettiana” Heidrun Schleef trova un contributo efficace nelle intense interpretazioni delle due protagoniste: da una parte la portoghese De Medeiros e dall'altra la slovacca Liskova, due straniere che in qualche modo possono rappresentare l'apertura dei confini geografici e culturali non solo a quest'opera ma anche a un certo modo di fare cinema in Italia. – Anna Maria Pasetti, Il Riformista, 14 febbraio 2007
Riva Est del Lago, venerdì 1 agosto 2008, ore 21
SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
(Italia, 2008) di Federico Moccia; con Raoul Bova, Michela Quattrociocche; 105'
Diavolo di un Moccia! Il paese si spacca sull'aborto, i governi si squagliano come neve al sole, il Vaticano mena fendenti ogni giorno. E lui debutta con un "per ragazzi" in cui si pippa coca, ci si tira su portandosi a casa mazzi di fotomodelle russe (gli adulti) o giocando all'autoscontro su auto rubate (i giovani). Poi, sempre fra adulti, si va a letto con le mogli degli amici senza conseguenze (meglio non sapere e restare amici, no?); oppure si fugge col rivale del marito, salvo tornare all'ovile quando butta male. Che altro? Ah sì: l'unica vergine nel gruppo di liceali è così perfettina che ha un incidente e va in coma, perché da Sade in poi la virtù viene punita. Questo per il contorno e forse perché così va il mondo. Poi ci sono i protagonisti. La nota di speranza. Anche questa allegramente, anzi sfacciatamente amorale perché lui, pubblicitario (Raoul Bova mai così intonato), ha 37 anni, lei 20 di meno. Ma omnia vincit amor e in un mondo di squali i soli innocenti sono proprio loro due... Il bello è che, malgrado la materia, in questo film molto sicuro e curato ma chiuso e autoriferito come una bolla di sapone pariolina, tutto è sempre lieve, colorato, su di giri, senza peso. La sensazione è quella di trangugiare una coca cola con lo zucchero, o una cassata alla nutella. A molti piacerà. A noi tocca il ruolo del dietologo. – Fabio Ferzetti ( Il Messaggero, 25 gennaio 2008)
Gemona, mercoledì 18 giugno 2008, ore 21.30
TUTTA LA VITA DAVANTI
(Italia, 2008) di Paolo Virzì, con Sabrina Ferilli, Isabella Ragonese, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Valentina Carnelutti; 90’
"È un film sul viaggio di una laureata nella realtà del lavoro precario in un call center, un mondo di telefoniste esaltate da canti e incitazioni euforiche e di venditori invasati dallo stimolo a vendere sempre di più. Ma più che sul lavoro, il tema è la vita di oggi, la realtà che stiamo vivendo in Italia, in cui per molti giovani la scelta è tra precariato e fuga all'estero”, dice Virzì che però “da plebeo livornese non ho voluto un film lagnoso, se mai invita alla riscossa. Ed è un film che non giudica: non assolve ma non condanna nessuno”. Neanche i “cattivi”, come il capo delle telefoniste Daniela – Sabrina Ferilli in gran forma, autoironica – e il capo dei venditori Claudio, Massimo Ghini che, dice “faccio un personaggio ancora peggio di Gerry Fumo di La bella vita. Mi fa ridere che nella vita sono sindacalista e da attore mi porto l’etichetta di egoista mascalzone”. In Tutta la vita davanti, elemento vincente è il cast, in cui come voce narrante c’è anche Laura Morante. Oltre ad aver ritrovato Ferilli e Ghini – “Con loro c’è fratellanza di opinioni sulla vita e sulla società italiana” – Virzì intorno alle giovani Isabella Ragonese (Marta) e Micaela Ramazzotti (Sonia), ha scelto Valerio Mastandrea un sindacalista che tenta di diffondere la coscienza dei diritti dei lavoratori (“A me hanno insegnato che andare in piazza forse non cambia le cose ma serve a sentirsi parte di qualcosa e non essere soli”) ed Elio Germano, un venditore che non regge il peso della pressione. – Maria Pia Fusco, La Repubblica, 26 marzo 2008
Gemona, mercoledì 25 giugno 2008, ore 21.30
ULTIMO TANGO A ZAGAROL
(Italia, 1973) di Nando Cicero, con Franco Franchi, Martine Beswick, Franca Valeri; 100’
Uno dei film preferiti di Robert De Niro. Lo vide mentre girava Il Padrino 2 in Sicilia. Si narra che piacesse molto anche a Coppola, al punto che lo comprò per distribuirlo in America (ma sarà vero?). Marcello Garofalo sostiene invece che Bernardo Bertolucci non l’ha mai visto (ma sarà vero? Franco Franchi diceva che Bertolucci gli voleva far causa e che il film venne salvato dalla mediazione di Carmelo Bene...). È comunque un grandissimo cult di Franco Franchi, con titolo pauroso. Parodia, ovviamente, del celebre Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Per anni ho cercato di resistere al fascino del film, che trovavo un po’lento e un po’ facile, ma la situazione è irresistibile. Franco è grandissimo nelle scene di sesso, Martine Beswick è comunque una trash-queen reale, bellissima, e Arigliano e la Valeri fanno ridere solo a vederli. – Marco Giusti, Dizionario dei film italiani stracult, Frassinelli, 2004
Gemona, sabato 9 agosto 2008, ore 21, evento speciale realizzato in occasione della Festa del Pane a cura della Pro Glemona.
LA VOLPE E LA BAMBINA
(Francia, 2007) di Luc Jacquet, Bertille Noëlle, Isabelle Carré; 92
Un titolo come La volpe e la bambina riflette echi letterari, soprattutto di carattere fiabesco: da La Fontaine a Saint-Exupéry, il cui Piccolo principe apprende da un “fenec”, la volpe del deserto, che quello di addomesticare è un atto d'amore. Tuttavia la morale che si ricava dal film di Luc Jacquet, il regista del premiatissimo La marcia dei pinguini qui al suo esordio nella fiction, è assai differente. Tentando di conquistare l'amicizia di una volpe incrociata nel bosco, la decenne Bertille Noël-Bruneau apprende la lezione di segno opposto di un amore che implica il rispetto della diversità ed esclude il possesso. Visto attraverso gli occhi capaci di stupore della bambina, il film conduce in luoghi splendidi e remoti a rimirare a distanza ravvicinata il mondo degli animali quando agiscono inconsapevoli della nostra presenza: dall'alce all'istrice, dai lupi alla lince, dall'opussum all'orso bruno. Tutti ripresi, così come le volpi selvatiche, in quello straordinario habitat che è il Parco Nazionale degli Abruzzi. I cui scorci montati insieme con quelli dell'Ain vanno a comporre un paesaggio che pur partendo dalla realtà assume una suggestione fantastica e pressoché magica. Sono i valori sicuri di questa fiaba realizzata con molta abnegazione (bambini e animali sono l'incubo di ogni regista) e niente effetti speciali, che rischia a volte di scivolare nel patinato, ma contiene l'idea vincente di una natura chiusa nel suo mistero e da accettare così com'è. – Alessandra Levantesi, La Stampa, 21 marzo 2008 Bordano, giovedì 31 luglio 2008, ore 21


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