Sabato 21 giugno 2009, ore 16.30
In occasione della Giornata del paesaggio organizzata dall'Ecomuseo delle Acque di Ospedaletto, Gemona, viene presentato il mediometraggio realizzato da Elio Bartolini nel 1980, Ragazze di un paese con fabbriche.
RAGAZZE DI UN PAESE CON FABBRICHE (1980)
Soggetto, sceneggiatura e regia: Elio Bartolini; fotografia (RVM, colore): Alessandro Ota;* montaggio (RVM): Roberto Calligaris, Savino Skabar, Andrea Sacher; programmista-regista: Gabriella Brussich; voce narrante: Piero Padovan; prodotto dalla RAI-Radiotelevisione italiana - Sede Regionale del Friuli-Venezia Giulia; origine: Italia 1980; durata: due puntate di 30’ ciascuna.
Ragazze di un paese con fabbriche è, insieme a L’altro Dio del 1975, l’unico film diretto dallo scrittore e sceneggiatore Elio Bartolini, prodotto dalla RAI, Sede Regionale del Friuli Venezia Giulia, andato in onda in due parti l’11 e il 18 agosto 1980 nello spazio regionale e ritrasmesso sul territorio nazionale da Rai Tre l’8 giugno 1984.
In questa indagine sociologica Bartolini prende in esame la vita quotidiana, nel 1980, di quattro ragazze di Manzano occupate come operaie o impiegate nelle fabbriche del triangolo della sedia. Tiziana, Luisa, Emilia e Patrizia, diverse per situazione familiare, personalità e atteggiamento nei confronti della vita, rappresentano le migliaia di giovani arruolate dall’industria del legno, che in quegli anni impiegava 15.000 operai, divisi in 900 fabbriche, con una produzione annua di 11 milioni di sedie, il 60% delle quali destinate all’esportazione: una realtà economica che ha modificato radicalmente il territorio e che, se da un lato ha offerto ai giovani un lavoro sicuro, dall’altro ha finito per sottrarli alle loro individuali aspirazioni professionali. Il documentario tratteggia un mondo di contrasti, colto nel momento del passaggio dall’antico al nuovo: dalla civiltà contadina con i suoi ritmi naturali, i cavalli da traino, le vecchie trattorie, la solidarietà cristiana e la rassegnazione, alla società industriale con le distese di fabbriche (ma anche gli angoli di cucina trasformati in piccole manifatture in nero), i night club, le sale da bowling, le automobili, i camion, le leggi della produzione e del consumo.
Nella prima parte del film, che ha per titolo “Ogni giorno in fabbrica”, la telecamera segue le quattro ragazze nei rispettivi luoghi di lavoro, mentre sono intente a compilare fatture su macchine da scrivere elettroniche o a costruire, imbottire e foderare sedie. Insieme alla voce narrante di Piero Padovan, che descrive commentandole le immagini riprese da Alessandro Ota,* sono le stesse ragazze a raccontare i loro pensieri, le preoccupazioni, le insoddisfazioni, l’attesa della fine della giornata lavorativa.
Nella seconda parte intitolata “Il sabato operaio” (una divisione che sottolinea la netta separazione tra il tempo del lavoro e il tempo libero), le ragazze sono riprese in casa, al bar, nei negozi, in città, in chiesa. Si estendono le brevi incursioni nella vita privata di ognuna già presenti nella prima parte, e l’indagine si approfondisce. Quasi in un flusso di coscienza, le giovani parlano dei rapporti con gli altri, esprimono opinioni sui coetanei maschi, sulle relazioni amorose, sul sesso, sulla fede. È nei pensieri del tempo libero e nel modo di impiegarlo che affiorano con più evidenza le differenti personalità delle quattro protagoniste. Chi fa sport, chi è impegnata nel sociale, chi compra un vestito per andare a ballare, chi sogna l’uomo giusto con cui creare una famiglia, chi ha sete di evasione e progetta un viaggio. Alcune restano più legate ai valori tradizionali, altre sono più proiettate verso la modernità, tutte sono avviate verso uno status di donne indipendenti cui il lavoro pesa ma dà loro quell’autonomia finanziaria necessaria all’emancipazione.
Dall’esperienza delle quattro ragazze emerge il ritratto comune di una generazione, di un territorio e di un’epoca che appare ormai lontana, quella dell’ultima fase del passaggio dal Friuli agricolo a quello industriale, oggi già in profonda crisi. – Giuliana Puppin
*Con i colleghi della RAI di Trieste Marco Luchetta e Dario D'Angelo, Alessandro Ota fu ucciso da una granata a Mostar il 28 gennaio 1994 durante la guerra civile fra croati e musulmani bosniaci.
